25.11.2019 – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

La Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza sulle Donne è stata istituita dall’Onu con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999.

La violenza contro le donne è riconosciuta come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini“. La matrice della violenza contro le donne viene rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne.

La violenza di genere si coniuga in fisica (maltrattamenti), sessuale (molestie, stupri, sfruttamento), economica (negazione dell’accesso alle risorse economiche della famiglia), psicologica (violazione del sé).

È diffusa l’opinione che la violenza sulle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie problematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli strati sociali, esiste in tutti i Paesi, attraversa tutte le culture, le classi, le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.

Nel contesto dell’impegno quotidiano contro la violenza alle donne, l’Associazione Genere Femminile constata con preoccupazione come si allunga la lista delle donne uccise dagli uomini che stavano loro accanto. Parliamo della violenza all’interno della famiglia.

Resistono stereotipi di genere e luoghi comuni, resiste la tentazione a rimettere in causa la donna come origine, più che come destinataria degli atti di violenza.

La famiglia è ancora per molti un “luogo” intoccabile e la violenza assistita[1] è un fenomeno ancora poco noto, non tanto nella sua esistenza o consistenza, quanto nelle potenziali conseguenze sul benessere attuale dei bambini e sulle ricadute sulle loro vite da adulti.

Nella nostra cultura la famiglia viene identificata come luogo di protezione ma come mostrano le evidenze e i fatti di cronaca per molte donne è invece un luogo di rischio. La famiglia è il luogo dove più frequentemente viene agita la violenza: c’è un uomo che rifiuta la libertà della compagna di chiudere la relazione, non sa elaborare la frustrazione e gestire il conflitto.

Un cambiamento radicale di mentalità è ancora piuttosto lontano, e si dovrà contare sempre di più sulle agenzie educative primarie, famiglia e scuola, per incidere sulle nuove generazioni e investire sul futuro.

Tuttavia, apprezzati sono gli sforzi della società civile e delle associazioni che hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione mondiale sulle nefaste conseguenze socio-economiche della violenza sulle donne.

 

 

[1] La violenza assistita sui minori è una forma di violenza domestica che si realizza nel caso in cui il minore è obbligato, suo malgrado, ad assistere a ripetute scene di violenza sia fisica che verbale tra i genitori o, comunque, tra soggetti a lui legati affettivamente, che siano adulti o minori.

Le violenze all’interno delle relazioni

Violenze sessuali, violenze fisiche su donne e bambine, violenze domestiche, femminicidi. Sono tante, tantissime le donne uccise per mano di uomini respinti. In Italia, ma non solo. Le vittime sono di ogni età, religione, razza, Paese, classe sociale.

Poi ci sono quelle uccise da mariti, ex mariti, fidanzati, ex fidanzati, padri, compagni, ex compagni. È il dramma della violenza legato all’amore che finisce, la violenza che avviene all’interno di una relazione sentimentale.

Sono i cosiddetti delitti passionali come vengono erroneamente definiti dalla cronaca quasi come fossero questioni di famiglia, questioni private. La violenza domestica non viene ancora percepita come un crimine.

Invece questi sono delitti, omicidi di una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna, in quanto donna.

La violenza di genere riguarda soprattutto i contesti in cui le donne sono più libere di scegliere della propria vita. Il fenomeno cresce con l’aumentare dell’emancipazione, cresce quando le donne si rendono autonome attraverso il lavoro, cresce quando le donne scelgono di lasciare un uomo che non amano più.

Si tratta, in ogni caso, di uomini dalla personalità fragile, di menti fragili e per niente evolute per cui infliggere la morte alla donna che li ha lasciati è averne il possesso supremo.

Predomina l’idea maschile di relazione con le donne basata sul possesso e sulla subordinazione femminile al potere maschile, ossia una visione proprietaria e distruttiva degli affetti.

Complice di tutto questo è il contesto sociale patriarcale. Nonostante i profondi cambiamenti socio-culturali, le forme di comunicazione in famiglia tendono ancora a sottolineare la differenza di genere secondo immagini stereotipate: si incoraggiano atteggiamenti, comportamenti e ruoli ritenuti più adatti per un maschio o per la femmina.

Anche il sistema scolastico è responsabile e portatore di stereotipi di genere: i bambini sono incentivati a esprimere forza, razionalità, oggettività, creatività, ad aspirare a ruoli di rilievo mentre alle bambine sono richieste tranquillità, passività, soggettività, docilità, aspirazione a ruoli privati e educativi, dedizione alla famiglia.

Il mondo dell’associazionismo e del volontariato, in questi anni, è intervenuto generosamente, ma i centri antiviolenza e i centri di ascolto restano insufficienti e ricevono pochi finanziamenti. Così come poche sono le risorse destinate alla prevenzione.

Le Istituzioni devono necessariamente riflettere sull’opportunità di nuove modalità di collaborazione tra pubblico e privato, in un momento in cui il welfare tradizionale non riesce più a far fronte in maniera efficace a tutte le esigenze.

Infine, il cambiamento deve venire dalla cultura, dall’educazione, dalle leggi, dall’insegnamento alla parità dei sessi e al rispetto reciproco, dalla promozione, nel mondo della ricerca scientifica, nella scuola e in tutto il percorso formativo, di una cultura rispettosa della dignità di donne e uomini.