Verso un linguaggio rispettoso dell’identità di genere

1) Sessismo linguistico

2) Il linguaggio, ruolo fondamentale nell’identità di genere

 3) Linguaggio e pensiero

4) L’italiano e il genere

 

“Il preside ha ricevuto una telefonata dal marito ed è uscito“.

 

 1) Sessismo linguistico

Con l’espressione sessismo linguistico si fa riferimento alla nozione linguistic sexism elaborata negli anni ’60-’70 negli Stati Uniti nell’ambito degli studi sulla manifestazione della differenza sessuale nel linguaggio[1].

Era emersa infatti una profonda discriminazione nel modo di rappresentare la donna rispetto all’uomo attraverso l’uso della lingua, e di ciò si discuteva anche in Italia[2].

Nel 1987 il libro Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, arriva a interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico.

La questione della rappresentazione della donna attraverso il linguaggio emergeva in Italia in un periodo in cui la questione della parità fra donna e uomo era alla ribalta sul piano sociale e politico.

Fino alla fine degli anni ’80 l’idea di parità sembrava implicare un adeguamento della donna al modello maschile o, più tecnicamente, una sua “omologazione” al paradigma socioculturale maschile. Per le donne che raggiungevano posizioni professionali o occupavano ruoli istituzionali di prestigio essere incluse nel “mondo linguistico” e sentirsi chiamare direttore, architetto, consigliere o chirurgo rappresentava una prova della tanto sospirata parità.

2) Il linguaggio, ruolo fondamentale nell’identità di genere

Lo scopo del lavoro di Alma Sabatini si riallacciava a quello di (ri)stabilire la “parità fra i sessi” attraverso il riconoscimento delle differenze di genere. Al linguaggio viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà e, quindi, anche dell’identità di genere maschile e femminile: è perciò necessario che sia usato in modo non “sessista” e non privilegi più, come fa da secoli, il genere maschile né tantomeno continui a tramandare tutta una serie di pregiudizi negativi nei confronti delle donne, ma diventi rispettoso di entrambi i generi.

 3) Linguaggio e pensiero

Il dibattito rivitalizza filoni di ricerca, come la relazione tra lingua e pensiero e l’ipotesi che la lingua condizioni il modo di pensare (Sapir-Whorf).

Secondo lo psicologo Vygotskij, la prima funzione del linguaggio è la funzione comunicativa. Il linguaggio è anzitutto il mezzo di relazione sociale, il mezzo di espressione e comprensione.

La lingua segue inevitabilmente l’evoluzione della società. L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria.

La lingua è storia; è un sistema di segni verbali o simbolici e di regole per il loro uso che vive nel tempo e si trasforma nel tempo.

4) L’italiano e il genere

In italiano e in tutte le lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile, la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini (gli spettatori, i cittadini, ecc.). Frequentissimo è anche l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurga, ingegnere e non ingegnera, ecc.

“Signora maestra come si forma il femminile?”

“Partendo dal maschile: alla ‘o’ finale si sostituisce semplicemente una ‘a’”

“Signora maestra, e il maschile come si forma?”

“Il maschile non si forma, esiste[3]

 

Sia nella comunicazione istituzionale sia in quella quotidiana le resistenze ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale sono ancora forti e così, per esempio, donne ormai diventate professioniste acclamate e prestigiose, salite ai posti più alti delle gerarchie politiche e istituzionali, vengono definite con titoli di genere grammaticale maschile: il ministro Maria Elena Boschi, il magistrato Ilda Boccassini, l’avvocato Giulia Bongiorno.

Tuttavia, la situazione è in movimento, si notano una maggiore attenzione, da parte dei media, ad esempio, a usare il genere femminile per i titoli professionali e i ruoli istituzionali, sui maggiori quotidiani l’uso di ministra e deputata è triplicato negli ultimi anni.

 

[1] Robustelli C. Il sessismo nella lingua italiana in http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/femminile/Robustelli.html

[2] Robustelli C., Lingua e identità di genere, «Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata», XXIX, 2000, 507-527.

Robustelli C., Lingua, genere e politica linguistica nell’Italia dopo l’Unità, in Storia della lingua e storia dell’Italia unita. L’italiano e lo stato nazionale, Atti del IX Convegno dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (Firenze, 2-4 dicembre 2010), Firenze, Cesati, 2011, pp. 587-600

Robustelli C., Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Progetto Genere e linguaggio. Parole e immagini delle comunicazione, Firenze 2012

[3] Priulla G., C’è differenza, Franco Angeli, Milano 2013

Quale lavoro sognano le donne?

Quale lavoro sognano le donne?“, servizio della giornalista Silvia Finazzi sul settimanale “ViverSani e belli”, n. 30 del 17/23 luglio 2020, con la consulenza della presidente dell’Associazione Genere Femminile Cotrina Madaghiele.

Quale lavoro sognano le donne?

   

 

 

Sul concetto di differenza di genere – I parte

Il primo fine di un’ambizione ammirevole è di acquisire il carattere di essere umano, a prescindere dalle distinzioni sessuali.

Mary Wollstonecraft, Sui diritti delle donne.

 

SUL CONCETTO DI DIFFERENZA DI GENERE – Parte I

  1. Genesi dell’identità
  2. Identità sessuale e identità personale
  3. Nei bambini e negli adolescenti

 

Genesi dell’identità

Si intende con identità personale il senso che ognuno ha di essere continuo nel tempo e distinto come entità da tutte le altre, e la capacità di costruire una memoria personale che permette una relazione stabile fra le percezioni che si succedono e tra presente e passato.

L’identità si costruisce e si basa sulle riflessioni che il soggetto fa confrontando se stesso con gli altri.
Avere una buona identità personale è fondamentale per l’equilibrio psichico.
Uno degli aspetti particolari della costruzione dell’identità personale è la genesi dell’identità sessuale.

 

Identità sessuale e identità personale

L’identità sessuale è una componente fondamentale dell’identità personale. Non va confusa con il comportamento o la vita sessuale. L’identità sessuale comprende le emozioni, i sentimenti, la vita affettiva, i pensieri e le esperienze che si hanno facendo parte di un certo sesso.

Se le differenze di sesso sono biologiche, le differenze di identità sessuale (identità di genere) sono dovute ad aspetti psicologici, sociali, culturali.

 

Nei bambini e negli adolescenti

I bambini riconoscono se stessi e gli altri come maschi/femmine intorno ai 2 anni.
A 4 anni comprendono che l’appartenenza a un sesso è un dato stabile, che perdura nel tempo e non cambia nella persona.
Ma la costanza di genere, ovvero il sentirsi stabilmente appartenente a un certo sesso, arriva intorno ai 5/6 anni.
E proprio intorno ai 5/6 anni il bambino raccoglie avidamente informazioni su ruoli, stereotipi e comportamenti propri di ciascun sesso. Questo facilita la progressiva caratterizzazione sessuale, ovvero l’adeguare progressivamente il comportamento al genere. Il bambino ha sempre più chiaro in mente come deve comportarsi un maschio o una femmina e si adegua.

Nell’adolescenza le tappe precedenti vengono ridefinite attraverso passaggi più complessi.
Con la maturazione sessuale e dell’identità si raggiunge l’identità sessuale vera e propria.
Come l’identità, anche per l’identità sessuale si hanno diverse possibili variazioni.
Oltre all’identità maschile e femminile, si ha l’identità androgina (ruoli e caratteristiche maschili e femminili si mescolano), l’identità indifferenziata (l’individuo non si sbilancia né verso il maschile né verso il femminile), l’inversione sessuale (identità sessuale che in modo più o meno spiccato non è coerente con il sesso della persona).

L’inversione sessuale, riguardando le caratteristiche di genere, può coesistere con una vita sessuale coerente con il sesso (esempio donne mascoline o uomini femminei che hanno una vita eterosessuale).

L’identità omosessuale, infine, ha caratteristiche specifiche che si stabiliscono spesso con un doloroso percorso personale, e che sono diverse da quelle descritte in precedenza.

La gelosia non è un segno d’amore

Secondo il vocabolario Treccani, la gelosia è uno stato emotivo di dubbio e di tormentosa ansia di chi, con o senza giustificato motivo, teme (o constata) che la persona amata gli sia insidiata da un rivale[1].

Come riporta Del Miglio nell’enciclopedia Treccani, la gelosia (dall’aggettivo geloso, derivato dal latino medievale zelosus, “pieno di zelo”) costituisce un’emozione complessa, un sentimento e una passione; la psicoanalisi la interpreta come una pulsione.

Il sentimento di gelosia, associato alla sensazione che la persona amata “mi appartenga”, fa parte dell’esperienza umana comune, esso ha un valore sociale nei rapporti affettivi profondi per preservare il nucleo familiare e l’unità della coppia in coerenza con il valore diffuso nella nostra cultura della fedeltà e della monogamia[2]

La gelosia è prima di tutto un sentimento e, come tale, solo in alcune circostanze assume connotati di patologicità[3].

La gelosia …tende a conservare quello che ci appartiene o che crediamo ci appartenga…”, François de La Rochefoucauld, Riflessioni o sentenze e massime morali (1665).

Quando la gelosia raggiunge un’intensità tale che il soggetto ne è ossessionato e il suo comportamento abituale subisce delle alterazioni importanti, si parla di passione, che può anche sconfinare nella patologia.

La gelosia morbosa nasce dalla convinzione che vi sia una minaccia al possesso esclusivo del proprio compagno o della propria compagna, ma ciò può verificarsi altrettanto probabilmente per conflitti interiori del partner, la sua incapacità d’amare o il suo desiderio sessuale diretto verso altri e da circostanze esterne che introducono un cambiamento nella vita, o nel comportamento del compagno o della compagna affettiva.

Però sull’idea del limite non è affatto semplice intendersi. Quale è il limite tra normalità e patologia?

È possibile distinguere diverse forme di gelosia.

Una variante indotta culturalmente e attualmente in declino, almeno per quanto riguarda i paesi europei del Mediterraneo, è tipica delle società “dell’onore e della vergogna”[4], presso le quali la donna viene assimilata a un oggetto sessuale, la cui custodia gelosa è dapprima una prerogativa del padre, dei fratelli e dei cugini e in seguito del marito.

La gelosia dell’adulto, detta anche gelosia sessuale; in alcuni casi può assumere le forme patologiche di un vero e proprio disturbo psichiatrico[5].

È considerata comunemente un segno di immaturità psicologica o la conseguenza di uno sviluppo psico-affettivo distorto.

Per quanto riguarda infine la gelosia patologica o “delirio di gelosia”, si tratta di un vero e proprio disturbo psichiatrico caratterizzato dalla convinzione, di solito del tutto gratuita, dell’infedeltà del partner.

L’affannosa ricerca di indizi che comprovino la fondatezza dei sospetti si manifesta con pedinamenti, ricerche, interrogatori serrati, interpretazioni deliranti e falsi ricordi. Il delirio a sfondo paranoico può essere sistematizzato, associandosi o meno ad altri disturbi psichici

La gelosia delirante o “sindrome di Otello”. Il geloso delirante è paranoico, convinto che l’altro lo tradisca, cerca continuamente indizi e prove ma in effetti la sua gelosia è impermeabile ad ogni confronto con la realtà, anche se questa dovesse dimostrargli che si sta sbagliando. Il comportamento del geloso delirante è teso a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica.

Questo tipo di gelosia può giungere ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante.

La gelosia ossessiva. È ricollegabile ad un disturbo ossessivo compulsivo. Qui è il dubbio a farla da padrone. I gelosi ossessivi riconoscono l’infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a vergognarsene, ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dal dubbio. Così c’è chi sottopone tutti i giorni la moglie a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento o la corrispondenza del partner e chi magari anche la biancheria intima alla ricerca di attività sessuali illecite.

Secondo Gabriella Costa, la gelosia delirante o ossessiva, è quella di chi azzera e nega l’alterità dell’altro per possederlo completamente. È fatta di sospetti che rifiutano qualsiasi prova contraria, di convinzioni deliranti che non hanno fondamento nel reale, di continui pedinamenti, controlli incrociati, interrogatori.

È quella malsana e aberrante di chi dice: mi appartieni, faccio di te quello che voglio, ti annullo, ti nego il diritto di essere altro. Che altrimenti detto suona sinistramente: “ti nego il diritto di esistere”.

Il possesso non c’entra mai con l’amore. Nel possesso non si può mai realizzare un incontro che si possa definire tale.

E non solo la gelosia “cattiva” avvelena e manda a rotoli le storie ma miete vittime, nel senso più concreto del termine. Si uccide trascinati da questo sentimento che troviamo in cima alle statistiche relative alle cause di omicidi. Sono agghiaccianti, pure, gli ultimi dati relativi alle violenze domestiche subite dalle donne a opera del partner e dell’ex, imbizzarrito e accecato dalla gelosia, in preda all’istinto di cancellare definitivamente l’altro[6].

Deve essere chiaro che la gelosia nasce da paura, da insicurezza di sé e da mancanza di autostima. Le persone gelose credono di sentirsi meglio se esercitano un controllo totale sull’altra persona e questo non c’entra con l’amore, non è un segno d’amore.

La gelosia distrugge i rapporti. 

 

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/gelosia.

[2] http://www.societasessuologia.it/problematiche-della-sessualit%C3%A0/item/77-gelosia-morbosa-e-delirio-di-infedelt%C3%A0.html

[3] Lorenzi P., Criteri per la diagnosi di gelosia patologica, in Rivista di psichiatria, 2002, 37, 6.

[4] Van Sommers P., Jealousy, London-New York, Penguin Books, 1988 (trad. it. Roma-Bari, Laterza, 1991).

[5] Del Miglio c., in http://www.treccani.it/enciclopedia/gelosia_(Universo_del_

Corpo)/

[6] Costa G., Ossessione, Delirio, Possesso in http://ri-trovarsi.com/2015/04/09/ossessione-delirio-possesso

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

  1. Stereotipi
  2. Pregiudizi
  3. Discriminazioni

 

  1. Stereotipi

Rispondenti alla necessità di semplificare la realtà e di costringerla in categorie, ritraendo solo aspetti parziali o eccedenti di una persona o di un gruppo, gli stereotipi finiscono spesso con il darne una connotazione negativa.

Il concetto di stereotipo è strettamente connesso con quello di pregiudizio.

2. Pregiudizi

Similare alla connotazione più negativa di uno stereotipo, un pregiudizio è un’opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni.

Un pregiudizio può essere considerato un atteggiamento e come tale può essere trasmesso socialmente, e ogni società avrà dei pregiudizi più o meno condivisi da tutti i suoi componenti.

 

Inoltre, riflessione valida anche nel caso degli stereotipi, tendiamo a formare i nostri pregiudizi soprattutto relativamente a persone appartenenti a un gruppo diverso dal nostro, di cui necessariamente avremo una conoscenza meno approfondita, e di cui saremo quindi meno in grado di vedere differenziazioni interne.

Il pregiudizio è quindi l’attitudine a reagire nei confronti di una persona prontamente ed in modo chiaramente sfavorevole, sulla base dell’appartenenza della persona stessa ad una classe o categoria. Il termine è usato per riferirsi a tendenze negative[1].

I pregiudizi trovano radici nelle influenze culturali, nell’educazione fornita dai genitori durante l’infanzia e nelle esperienze negative della vita adulta. Quando si riceve una frustrazione, l’ostilità conseguente viene rivolta contro un sostituto dell’aggressore che sia socialmente accettabile nel ruolo di vittima, ovvero una minoranza. La competizione tra gruppi e le stesse differenze possono contribuire allo sviluppo del pregiudizio.

Alla connotazione negativa nei riguardi di persone che appartengono a un differente gruppo sociale, al conseguente atteggiamento di presa di distanza, spesso fanno seguito comportamenti che esitano in vere e proprie azioni di emarginazione, di discriminazione.

  1. Discriminazioni

Quando il pregiudizio si traduce in un comportamento specifico possiamo parlare di discriminazione.

Con questo termine si intende un trattamento diverso riservato a un particolare gruppo sociale da parte di un altro gruppo sociale. Lo scopo della discriminazione è stabilire una differenza tra i due o più gruppi a favore del proprio.

Un esempio per tutti: lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti ne è forse nella storia recente l’esempio più clamoroso.

Oppure le intimidazioni, gli attacchi verbali e fisici violenti, i comportamenti vergognosi verso le persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).

O ancora, le donne sono state discriminate dagli uomini con la negazione dei diritti politici e civili.

Stereotipi, pregiudizi, discriminazioni

Uno dei risultati dei meccanismi della discriminazione è che le persone contro cui essa è diretta possono sperimentare un abbassamento dell’autostima.

Chi è vittima di discriminazione si può sentire un essere inferiore, uno che non vale nulla, può scegliere di rinunciare ad ogni sforzo per ottenere dei successi, può avere tendenze all’autolesionismo.

Inoltre, le vittime della discriminazione spesso sono indotte a comportarsi in modo da giustificare il pregiudizio o la discriminazione.

 

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

Stereotipi, pregiudizi, discriminazioni

[1] Gergen K.J. – Gergen M.M., Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 167

Come si possono classificare gli stereotipi?

Come si possono classificare gli stereotipi?

stereotipi classifica

Si possono classificare in:

Positivi: gli italiani sono raffinati amanti

Negativi: gli italiani sono mafiosi

Neutri: gli italiani gesticolano

 

Secondo Lippmann il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, ma mediato dalle immagini mentali che di quella realtà ciascuno si forma. Tali immagini (gli stereotipi appunto) altro non sono se non delle semplificazioni grossolane e piuttosto rigide che il nostro intelletto costruisce quali “scorciatoie” per comprendere l’infinita complessità del mondo esterno.

Caratteristica degli stereotipi è infatti la loro persistenza anche attraverso le generazioni, quasi indifferente alla realtà che nel frattempo si evolve e modifica le condizioni in cui avevano avuto origine e senso.

 

Gli stereotipi sono socialmente condivisi. Ma perché si diffondono?

– Ci fanno sentire portatori di saggezza

– Ci rasserenano nell’ansia delle scelte

– Ci danno stabilità

– Ci sublimano interessi dell’ego e del gruppo di appartenenza: la creazione di stereotipi spesso riflette un potere culturale di un gruppo su un altro (uomini contro donne, italiani contro stranieri, ecc.)

– Universalizzano, assolutizzano, naturalizzano le nostre opinioni

– Semplificano le nostre scelte, i nostri valori culturali

– Ci danno conferma

– Sono utili per la sopravvivenza

– Gestiscono le nostre contraddizioni

Gli stereotipi: cosa sono

Il rapporto di conoscenza dell’Altro è di fatto fortemente influenzato dagli stereotipi e dai pregiudizi; questo ci accinge a cercare di capire quali sono i meccanismi che determinano il sorgere di questa modalità di conoscenza, anche nella prospettiva di tentare di modificarli o di evitare che siano usati meccanicamente e senza consapevolezza.

 Vedi quell’uomo là?

Si, ebbene?

Lo odio.

Ma se non lo conosci.

Appunto.

stereotipi: cosa sono

1) Un insieme di credenze

2) Il termine stereotipo

3) Caratteristiche di gruppi etnici

1) Un insieme di credenze

Lo stereotipo è un insieme di credenze, rappresentazioni molto semplificate della realtà e opinioni rigidamente connesse tra di loro, che un gruppo sociale associa a un altro gruppo.

Viene introdotto per la prima volta nelle scienze sociali da Walter Lippmann nell’ambito di uno studio sui processi di formazione dell’opinione pubblica (1922).

Si tratta di “formule” che ci permettono di categorizzare, semplificare la realtà e orientarci in essa, rapidamente e senza dover riflettere.

Ci serviamo di immagini generalizzate che riducono la complessità dell’ambiente, ma annullano al contempo la differenza individuale all’interno dei singoli gruppi.

2) Il termine stereotipo

Gli stereotipi sono tutte le credenze ed opinioni, socialmente condivise, che vengono attribuite ad un gruppo o ad un genere e che finiscono con il determinarne il comportamento e le aspettative.

Il termine stereotipo nasce dal greco stereós/rigido e týpos/impronta utilizzato per la prima volta in ambito topografico per indicare la riproduzione di immagini a stampa per mezzo di forme fisse.

Terrone, checca, smidollato protestante, sporco rosso: tutti questi termini vengono usati nella nostra cultura per trasmettere una particolare animosità verso certi gruppi. Quando si nomina un gruppo, molti altri concetti vengono rapidamente evocati.

3) Caratteristiche di gruppi etnici

Nel 1933 Katz e Braly chiesero a un centinaio di studenti universitari di Princeton di scegliere da una serie di ottantaquattro attributi gruppi di cinque che essi consideravano rispettivamente caratteristici di vari gruppi etnici. Circa il 75% concordava nel ritenere i neri pigri e superstiziosi, gli ebrei furbi, i tedeschi orientati all’attività scientifica. Approssimativamente metà degli studenti considerarono gli americani intelligenti, gli italiani impulsivi, gli irlandesi iracondi e i turchi crudeli.

Queste caratterizzazioni vengono spesso fatte senza possedere una conoscenza di prima mano. La maggior parte di quegli studenti, ad esempio, non aveva mai visto un turco e tuttavia era disposta a descrivere i turchi in genere[1]“.

 

Racconto di un nero americano ad un giornalista bianco che lo intervistava:

“Se tu vai in un ristorante e ti servono in maniera ignobile, sai che c’è una sola ragione: il servizio in quel locale è pessimo.

Se io vado in un ristorante e mi trattano altrettanto male, non so quale sia la vera ragione. È perché sono nero o perché il servizio è pessimo?[2]

 

[1] Gergen K.J. – Gergen M.M., Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 193

[2] http://www.unict.it/sites/default/files/StereotipiGenere.pdf

Il corpo della donna nella pubblicità

“Nell’impero della bellezza non vi sono compromessi, e la donna, schiava o regina, è subito disprezzata o adorata”.                                    Anna Laetitia Barbauld, Song V, in Poems, vv. 16-18.

Nella pubblicità, la donna non è solo oggetto erotico, ma rende erotici tutti gli oggetti[1]. Spesso, addirittura, il corpo non viene neppure rappresentato nella sua interezza. Basta un particolare anatomico isolato e rappresentato in modo erotico.

Il corpo diventa quindi merce, privato di ogni valore in sé e subordinato al ruolo di “erotizzatore” di qualunque prodotto, il quale perde così significato.

Non è solo il prodotto a perdere il suo contenuto referenziale, ma anche il corpo femminile, reso estetico e ridotto unicamente all’aspetto sensuale, erotico.

 

La donna non viene considerata un essere umano, ma un oggetto tra gli oggetti.

La pubblicità rappresenta il classico rapporto di subalternità della donna nei confronti dell’uomo: la donna acquista ed utilizza i prodotti in funzione dell’uomo, per aumentare la propria bellezza, per rendergli il focolare più accogliente, per crescere i figli con la sua approvazione ed il suo orgoglio.

Pubblicità sessista

La preoccupazione è rivolta soprattutto verso i bambini, i quali utilizzano spesso la pubblicità per ottenere informazioni utili alla formazione della conoscenza della realtà ed alla costruzione della loro identità.

La tutela delle nuove generazioni è necessaria e richiede l’interazione consapevole ed organica di soggetti diversi.

Le istituzioni hanno il compito di offrire un’adeguata legislazione di fondo; i mass media, le agenzie pubblicitarie e le aziende produttrici hanno, invece, il compito di definire codici etici di comportamento per promuovere in maniera corretta e non tendenziosa i propri prodotti e per veicolare i propri contenuti.

Un compito non indifferente spetta poi alla scuola, chiamata a riadattarsi ai nuovi linguaggi mediatici e a fornire agli allievi strumenti critici di comprensione.

Alla famiglia, infine, tocca sicuramente il ruolo più gravoso, ma anche più importante: affiancare costantemente e con la giusta intensità la crescita dei propri figli nella socializzazione mediatica[2].

 

[1] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi

[2] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi