Il corpo della donna nella pubblicità

“Nell’impero della bellezza non vi sono compromessi, e la donna, schiava o regina, è subito disprezzata o adorata”.                                    Anna Laetitia Barbauld, Song V, in Poems, vv. 16-18.

Nella pubblicità, la donna non è solo oggetto erotico, ma rende erotici tutti gli oggetti[1]. Spesso, addirittura, il corpo non viene neppure rappresentato nella sua interezza. Basta un particolare anatomico isolato e rappresentato in modo erotico.

Il corpo diventa quindi merce, privato di ogni valore in sé e subordinato al ruolo di “erotizzatore” di qualunque prodotto, il quale perde così significato.

Non è solo il prodotto a perdere il suo contenuto referenziale, ma anche il corpo femminile, reso estetico e ridotto unicamente all’aspetto sensuale, erotico.

 

La donna non viene considerata un essere umano, ma un oggetto tra gli oggetti.

La pubblicità rappresenta il classico rapporto di subalternità della donna nei confronti dell’uomo: la donna acquista ed utilizza i prodotti in funzione dell’uomo, per aumentare la propria bellezza, per rendergli il focolare più accogliente, per crescere i figli con la sua approvazione ed il suo orgoglio.

Pubblicità sessista

La preoccupazione è rivolta soprattutto verso i bambini, i quali utilizzano spesso la pubblicità per ottenere informazioni utili alla formazione della conoscenza della realtà ed alla costruzione della loro identità.

La tutela delle nuove generazioni è necessaria e richiede l’interazione consapevole ed organica di soggetti diversi.

Le istituzioni hanno il compito di offrire un’adeguata legislazione di fondo; i mass media, le agenzie pubblicitarie e le aziende produttrici hanno, invece, il compito di definire codici etici di comportamento per promuovere in maniera corretta e non tendenziosa i propri prodotti e per veicolare i propri contenuti.

Un compito non indifferente spetta poi alla scuola, chiamata a riadattarsi ai nuovi linguaggi mediatici e a fornire agli allievi strumenti critici di comprensione.

Alla famiglia, infine, tocca sicuramente il ruolo più gravoso, ma anche più importante: affiancare costantemente e con la giusta intensità la crescita dei propri figli nella socializzazione mediatica[2].

 

[1] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi

[2] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi

L’immagine della donna nella pubblicità italiana

COSTITUZIONE ITALIANA – Art. 21
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Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

 

Camminare per le strade delle nostre città significa posare lo sguardo sulle affissioni che ne rivestono i muri. In esse, come nella maggior parte delle campagne pubblicitarie attuali, protagonista è la donna, o meglio è l’immagine che di essa ci restituisce quella fabbrica di sogni e d’illusioni che è la pubblicità[1].  

Pubblicità sessista

 

La pubblicità è stata una delle prime forme di comunicazione di massa ad essere analizzata e criticata nella rappresentazione dei ruoli sessuali.

La pubblicità non consiste tanto nel descrivere un mondo reale, ma piuttosto nel creare un modo di essere un soggetto, sollecitare una certa idea di sé. La pubblicità, come la vediamo nella TV oppure nelle riviste, ha come scopo primario quello di vendere prodotti.

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