Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

  1. Stereotipi
  2. Pregiudizi
  3. Discriminazioni

 

  1. Stereotipi

Rispondenti alla necessità di semplificare la realtà e di costringerla in categorie, ritraendo solo aspetti parziali o eccedenti di una persona o di un gruppo, gli stereotipi finiscono spesso con il darne una connotazione negativa.

Il concetto di stereotipo è strettamente connesso con quello di pregiudizio.

2. Pregiudizi

Similare alla connotazione più negativa di uno stereotipo, un pregiudizio è un’opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni.

Un pregiudizio può essere considerato un atteggiamento e come tale può essere trasmesso socialmente, e ogni società avrà dei pregiudizi più o meno condivisi da tutti i suoi componenti.

 

Inoltre, riflessione valida anche nel caso degli stereotipi, tendiamo a formare i nostri pregiudizi soprattutto relativamente a persone appartenenti a un gruppo diverso dal nostro, di cui necessariamente avremo una conoscenza meno approfondita, e di cui saremo quindi meno in grado di vedere differenziazioni interne.

Il pregiudizio è quindi l’attitudine a reagire nei confronti di una persona prontamente ed in modo chiaramente sfavorevole, sulla base dell’appartenenza della persona stessa ad una classe o categoria. Il termine è usato per riferirsi a tendenze negative[1].

I pregiudizi trovano radici nelle influenze culturali, nell’educazione fornita dai genitori durante l’infanzia e nelle esperienze negative della vita adulta. Quando si riceve una frustrazione, l’ostilità conseguente viene rivolta contro un sostituto dell’aggressore che sia socialmente accettabile nel ruolo di vittima, ovvero una minoranza. La competizione tra gruppi e le stesse differenze possono contribuire allo sviluppo del pregiudizio.

Alla connotazione negativa nei riguardi di persone che appartengono a un differente gruppo sociale, al conseguente atteggiamento di presa di distanza, spesso fanno seguito comportamenti che esitano in vere e proprie azioni di emarginazione, di discriminazione.

  1. Discriminazioni

Quando il pregiudizio si traduce in un comportamento specifico possiamo parlare di discriminazione.

Con questo termine si intende un trattamento diverso riservato a un particolare gruppo sociale da parte di un altro gruppo sociale. Lo scopo della discriminazione è stabilire una differenza tra i due o più gruppi a favore del proprio.

Un esempio per tutti: lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti ne è forse nella storia recente l’esempio più clamoroso.

Oppure le intimidazioni, gli attacchi verbali e fisici violenti, i comportamenti vergognosi verso le persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).

O ancora, le donne sono state discriminate dagli uomini con la negazione dei diritti politici e civili.

Stereotipi, pregiudizi, discriminazioni

Uno dei risultati dei meccanismi della discriminazione è che le persone contro cui essa è diretta possono sperimentare un abbassamento dell’autostima.

Chi è vittima di discriminazione si può sentire un essere inferiore, uno che non vale nulla, può scegliere di rinunciare ad ogni sforzo per ottenere dei successi, può avere tendenze all’autolesionismo.

Inoltre, le vittime della discriminazione spesso sono indotte a comportarsi in modo da giustificare il pregiudizio o la discriminazione.

 

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione

Stereotipi, pregiudizi, discriminazioni

[1] Gergen K.J. – Gergen M.M., Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 167

Come si possono classificare gli stereotipi?

Come si possono classificare gli stereotipi?

stereotipi classifica

Si possono classificare in:

Positivi: gli italiani sono raffinati amanti

Negativi: gli italiani sono mafiosi

Neutri: gli italiani gesticolano

 

Secondo Lippmann il rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, ma mediato dalle immagini mentali che di quella realtà ciascuno si forma. Tali immagini (gli stereotipi appunto) altro non sono se non delle semplificazioni grossolane e piuttosto rigide che il nostro intelletto costruisce quali “scorciatoie” per comprendere l’infinita complessità del mondo esterno.

Caratteristica degli stereotipi è infatti la loro persistenza anche attraverso le generazioni, quasi indifferente alla realtà che nel frattempo si evolve e modifica le condizioni in cui avevano avuto origine e senso.

 

Gli stereotipi sono socialmente condivisi. Ma perché si diffondono?

– Ci fanno sentire portatori di saggezza

– Ci rasserenano nell’ansia delle scelte

– Ci danno stabilità

– Ci sublimano interessi dell’ego e del gruppo di appartenenza: la creazione di stereotipi spesso riflette un potere culturale di un gruppo su un altro (uomini contro donne, italiani contro stranieri, ecc.)

– Universalizzano, assolutizzano, naturalizzano le nostre opinioni

– Semplificano le nostre scelte, i nostri valori culturali

– Ci danno conferma

– Sono utili per la sopravvivenza

– Gestiscono le nostre contraddizioni

Gli stereotipi: cosa sono

Il rapporto di conoscenza dell’Altro è di fatto fortemente influenzato dagli stereotipi e dai pregiudizi; questo ci accinge a cercare di capire quali sono i meccanismi che determinano il sorgere di questa modalità di conoscenza, anche nella prospettiva di tentare di modificarli o di evitare che siano usati meccanicamente e senza consapevolezza.

 Vedi quell’uomo là?

Si, ebbene?

Lo odio.

Ma se non lo conosci.

Appunto.

stereotipi: cosa sono

1) Un insieme di credenze

2) Il termine stereotipo

3) Caratteristiche di gruppi etnici

1) Un insieme di credenze

Lo stereotipo è un insieme di credenze, rappresentazioni molto semplificate della realtà e opinioni rigidamente connesse tra di loro, che un gruppo sociale associa a un altro gruppo.

Viene introdotto per la prima volta nelle scienze sociali da Walter Lippmann nell’ambito di uno studio sui processi di formazione dell’opinione pubblica (1922).

Si tratta di “formule” che ci permettono di categorizzare, semplificare la realtà e orientarci in essa, rapidamente e senza dover riflettere.

Ci serviamo di immagini generalizzate che riducono la complessità dell’ambiente, ma annullano al contempo la differenza individuale all’interno dei singoli gruppi.

2) Il termine stereotipo

Gli stereotipi sono tutte le credenze ed opinioni, socialmente condivise, che vengono attribuite ad un gruppo o ad un genere e che finiscono con il determinarne il comportamento e le aspettative.

Il termine stereotipo nasce dal greco stereós/rigido e týpos/impronta utilizzato per la prima volta in ambito topografico per indicare la riproduzione di immagini a stampa per mezzo di forme fisse.

Terrone, checca, smidollato protestante, sporco rosso: tutti questi termini vengono usati nella nostra cultura per trasmettere una particolare animosità verso certi gruppi. Quando si nomina un gruppo, molti altri concetti vengono rapidamente evocati.

3) Caratteristiche di gruppi etnici

Nel 1933 Katz e Braly chiesero a un centinaio di studenti universitari di Princeton di scegliere da una serie di ottantaquattro attributi gruppi di cinque che essi consideravano rispettivamente caratteristici di vari gruppi etnici. Circa il 75% concordava nel ritenere i neri pigri e superstiziosi, gli ebrei furbi, i tedeschi orientati all’attività scientifica. Approssimativamente metà degli studenti considerarono gli americani intelligenti, gli italiani impulsivi, gli irlandesi iracondi e i turchi crudeli.

Queste caratterizzazioni vengono spesso fatte senza possedere una conoscenza di prima mano. La maggior parte di quegli studenti, ad esempio, non aveva mai visto un turco e tuttavia era disposta a descrivere i turchi in genere[1]“.

 

Racconto di un nero americano ad un giornalista bianco che lo intervistava:

“Se tu vai in un ristorante e ti servono in maniera ignobile, sai che c’è una sola ragione: il servizio in quel locale è pessimo.

Se io vado in un ristorante e mi trattano altrettanto male, non so quale sia la vera ragione. È perché sono nero o perché il servizio è pessimo?[2]

 

[1] Gergen K.J. – Gergen M.M., Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 193

[2] http://www.unict.it/sites/default/files/StereotipiGenere.pdf

Il corpo della donna nella pubblicità

“Nell’impero della bellezza non vi sono compromessi, e la donna, schiava o regina, è subito disprezzata o adorata”.                                    Anna Laetitia Barbauld, Song V, in Poems, vv. 16-18.

Nella pubblicità, la donna non è solo oggetto erotico, ma rende erotici tutti gli oggetti[1]. Spesso, addirittura, il corpo non viene neppure rappresentato nella sua interezza. Basta un particolare anatomico isolato e rappresentato in modo erotico.

Il corpo diventa quindi merce, privato di ogni valore in sé e subordinato al ruolo di “erotizzatore” di qualunque prodotto, il quale perde così significato.

Non è solo il prodotto a perdere il suo contenuto referenziale, ma anche il corpo femminile, reso estetico e ridotto unicamente all’aspetto sensuale, erotico.

 

La donna non viene considerata un essere umano, ma un oggetto tra gli oggetti.

La pubblicità rappresenta il classico rapporto di subalternità della donna nei confronti dell’uomo: la donna acquista ed utilizza i prodotti in funzione dell’uomo, per aumentare la propria bellezza, per rendergli il focolare più accogliente, per crescere i figli con la sua approvazione ed il suo orgoglio.

Pubblicità sessista

La preoccupazione è rivolta soprattutto verso i bambini, i quali utilizzano spesso la pubblicità per ottenere informazioni utili alla formazione della conoscenza della realtà ed alla costruzione della loro identità.

La tutela delle nuove generazioni è necessaria e richiede l’interazione consapevole ed organica di soggetti diversi.

Le istituzioni hanno il compito di offrire un’adeguata legislazione di fondo; i mass media, le agenzie pubblicitarie e le aziende produttrici hanno, invece, il compito di definire codici etici di comportamento per promuovere in maniera corretta e non tendenziosa i propri prodotti e per veicolare i propri contenuti.

Un compito non indifferente spetta poi alla scuola, chiamata a riadattarsi ai nuovi linguaggi mediatici e a fornire agli allievi strumenti critici di comprensione.

Alla famiglia, infine, tocca sicuramente il ruolo più gravoso, ma anche più importante: affiancare costantemente e con la giusta intensità la crescita dei propri figli nella socializzazione mediatica[2].

 

[1] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi

[2] Puggelli F.R., Belle a tutti i costi, in http://www.socialnews.it/articoli/belle-a-tutti-i-costi

Gli stereotipi di genere alimentati dalla cultura sociale

1.1.) Il doppio carattere degli stereotipi

1.2.) Sono radicati nella cultura sociale

1.3.) Cosa fare

 

1.1.) Il doppio carattere degli stereotipi

Per loro natura gli stereotipi di genere hanno un doppio carattere: definiscono ciò che sono le persone, ma anche come dovrebbero essere.

Quello che è pericoloso è che, creando aspettative differenti per i comportamenti maschili e femminili, finiscono con l’avere una funzione normativa nel prefigurare un certo tipo di comportamento come più desiderabile per un genere anziché per un altro[1]”.

Il problema diventa più grave allorché si aggiunge un giudizio. Se la società ritiene che un determinato comportamento non sia accettabile, chi lo segue è giudicato negativamente e ciò può diventare causa di discriminazione.

Non solo, ma quelle stesse qualità che nell’uomo sono considerate apprezzabili dalla mentalità comune, come l’autorevolezza, la competizione, se espresse da una donna vengono giudicate negativamente, perché da lei ci si aspetta un confronto su basi paritarie ed un atteggiamento più incline alla mediazione.

La piccola cuoca_Pierre Édouard Frère_Brooklyn Museum
La piccola cuoca, Pierre Édouard Frère, Brooklyn Museum

1.2.) Sono radicati nella cultura sociale

Gli stereotipi non permettono i cambiamenti ed inoltre, in quanto continuamente alimentati dalla cultura sociale, non vengono messi in discussione, ma perdurano anche quando sono cambiate le condizioni e lo stesso humus culturale che li ha generati.

Gli stereotipi di mascolinità e di femminilità infatti, in quanto semplificazioni con cui la società condivide e stabilisce comportamenti appropriati per l’uomo e la donna ed in quanto sono delle categorizzazioni, sono radicati nella cultura sociale (e quindi difficilmente mutabili) e vengono trasmessi dalla famiglia e dalla scuola.

L’interpretazione e la classificazione della realtà attraverso gli stereotipi ed in particolare attraverso quelli di genere portano ad una rappresentazione che spesso non coincide con l’evidenza empirica e possono provocare delle conseguenze anche gravi.

Per esempio sui processi di autostima, alimentando nelle donne lo sviluppo di sentimenti di sottomissione e passività; negli uomini, violenza, connessa con le pratiche di addestramento all’antifemminilità, omofobia, transfobia e aggressività, ma al contempo confusione ed insicurezza.

1.3.) Cosa fare

Le esperienze fatte nei primi anni possono essere responsabili di buona parte dei pregiudizi che troviamo negli individui adulti. I bambini spesso imparano a pensare come i loro genitori e apprendono dai mass media diversi atteggiamenti negativi.

Sono la famiglia e la scuola che per prime dovrebbero educare i bambini per evitare che la disuguaglianza di genere si trasformi, negli anni, in disuguaglianza sociale, nel lavoro e nella vita.

Il che vuol dire non solo aiutare nella scelta del proprio percorso non pregiudicando alle ragazze studi ritenuti ancora da tanti maschili, anche perché poi le ragazze che vi si cimentano, dimostrano spesso di essere più brave e di ottenere risultati migliori e in breve tempo.

Vuol dire anche educare alla lotta contro stereotipi ormai entrati nel senso comune e quindi facilmente assimilabili nella crescita, stimolando l’esame critico.

Bisogna partire dal presupposto che i ruoli, non essendo imposti per natura, ma, in quanto frutto di stereotipi, possono essere modificati per garantire a se stessi la libertà di scelta.

Solo questa consapevolezza e la comprensione delle logiche che sottintendono i nostri comportamenti e le dinamiche sociali ci permettono di assumere un approccio critico nei confronti di ciò che ci viene proposto per eliminare tutti gli atteggiamenti limitanti e condizionanti.

Solo affrontando la realtà con un’ottica di genere possiamo combattere le disuguaglianze sociali e tutti quegli stereotipi culturali che, ancora oggi, impediscono non solo alle donne, ma anche agli uomini, di esprimere le loro potenzialità.

[1] Santoni B. (a cura di), Contro l’Omofobia. Strumenti delle Amministrazioni Pubbliche locali dell’Unione Europea, in Regione Piemonte, Torino 2011

Esempi di stereotipi e atteggiamenti verso le donne

Riportiamo, di seguito, alcuni esempi di stereotipi e atteggiamenti verso le donne

Stereotipo di genere

Gli uomini saranno sempre il sesso dominante.

Il posto delle donne è in casa.

Non piango perché è da femmina.

Giocare con le bambole è da femmina.

Vestirsi da Superman è da maschi.

Mi piacerebbe fare il pilota di aerei ma è un lavoro maschile.

Farò la maestra così avrò del tempo per fare i lavori di casa.

Mi ha dato uno schiaffo per gelosia, vuol dire che mi ama.

Se le do uno schiaffo perché ha guardato un altro, dimostro che sono virile.

Gli uomini sono incompleti senza le donne.

Le donne posseggono una maggiore sensibilità.

I maschi sono più portati per la matematica.

Le donne sono poco interessate alla politica.

Gli uomini sono più forti delle donne.

È preferibile che gli uomini lavorino e che le donne stiano a casa.

L’uomo è più portato per un lavoro dirigenziale.

La donna è più brava nei lavori di casa.

La donna non è molto abile nel guidare l’automobile.

Le donne riescono bene nel lavoro di infermiera, insegnante, hostess.

La storia degli stereotipi di genere comincia con le favole

“Se analizziamo una fiaba, tra le più comuni, come Cappuccetto Rosso, leggiamo la storia di una bambina mandata in giro per i boschi da una madre irresponsabile; per la risoluzione del problema, si deve porre fiducia della presenza di un maschio nel posto giusto al momento giusto: il cacciatore coraggioso.

Quando Biancaneve è ospitata dai nani, che vanno al lavoro, tiene la loro casa in ordine (lava, pulisce, cucina cantando felice); poi riesce a mettersi negli impicci accettando la prima mela che le viene offerta da una sconosciuta e se ne tira fuori grazie ad un uomo, il Principe Azzurro.

Cenerentola è il prototipo delle virtù domestiche, non muove un dito per uscire da una situazione intollerabile, senza coraggio e dignità; accetta il salvataggio che le viene offerto da un uomo sconosciuto, il Principe”[1].

Biancaneve e il principe

http://www.disney.it/principesse/principesse/ariel.jsp[4]

In una ricerca di Irene Biemmi, pubblicata nel 2010, estesa a diversi testi scolastici delle scuole primarie, emerge che nel mondo dei “libri di lettura”, il genere maschile è sovra-rappresentato rispetto a quello femminile e le caratteristiche attribuite a maschi e femmine sono differenti.

Le fiabe della tradizione propongono donne miti, passive, unicamente occupate alla propria bellezza, incapaci; le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali e intelligenti.

Le figure femminili delle favole generalmente appartengono a 2 categorie: le buone e inette o le malvagie.

Nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi sono femmine. Le poche figure femminili buone e positive, sono le fate che, però, non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere conferito dall’esterno[3].

La Sirenetta

“Narrare ad altri e narrare a se stessi serve a trasmettere messaggi, a dare spiegazioni, a trasmettere modelli.

Contribuisce a costruire, parola dopo parola, il tessuto della cultura di un popolo, a registrarne i mutamenti, a indicarne le regole. Raccontare è un atto sociale, culturale, implicitamente normativo perché la narrazione indica in modo inequivocabile che cosa una cultura considera accettabile, lecito, morale e che cosa invece non lo è”[5].

I libri di lettura hanno una notevole ricaduta sulla concezione che il bambino crea su se stesso e sul mondo circostante.

Le fiabe, in particolare, contribuiscono a fissare caratteri e destini e a definire mappe di orientamento nella società, agiscono sulle rappresentazioni della vita che le persone si creano.

 

[1] Biemmi I., (2010). Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, Ed. Rosenberg & Sellier, Torino 2010

[2] Tutti i personaggi e le immagini di Biancaneve e i sette nani sono copyright © Walt Disney e degli aventi diritto. Vengono qui utilizzati esclusivamente a scopi conoscitivi e divulgativi

[3] Cossettini E, Maschi e femmine nelle favole e nelle storie: gli stereotipi di genere nella letteratura per l’infanzia, in http://www.misurafamiglia.it/maschi-e-femmine-nelle-favole-e-nelle-storie-gli-stereotipi-di-genere-nella-letteratura-per-linfanzia

[4] Tutti i personaggi e le immagini di Biancaneve e i sette nani sono copyright © Walt Disney e degli aventi diritto. Vengono qui utilizzati esclusivamente a scopi conoscitivi e divulgativi

[5] Borgato R., La mela avvelenata, Edizioni Ferrari Sinibaldi, Milano 2013

25.11.2019 – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

La Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza sulle Donne è stata istituita dall’Onu con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999.

La violenza contro le donne è riconosciuta come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini“. La matrice della violenza contro le donne viene rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne.

La violenza di genere si coniuga in fisica (maltrattamenti), sessuale (molestie, stupri, sfruttamento), economica (negazione dell’accesso alle risorse economiche della famiglia), psicologica (violazione del sé).

È diffusa l’opinione che la violenza sulle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie problematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli strati sociali, esiste in tutti i Paesi, attraversa tutte le culture, le classi, le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.

Nel contesto dell’impegno quotidiano contro la violenza alle donne, l’Associazione Genere Femminile constata con preoccupazione come si allunga la lista delle donne uccise dagli uomini che stavano loro accanto. Parliamo della violenza all’interno della famiglia.

Resistono stereotipi di genere e luoghi comuni, resiste la tentazione a rimettere in causa la donna come origine, più che come destinataria degli atti di violenza.

La famiglia è ancora per molti un “luogo” intoccabile e la violenza assistita[1] è un fenomeno ancora poco noto, non tanto nella sua esistenza o consistenza, quanto nelle potenziali conseguenze sul benessere attuale dei bambini e sulle ricadute sulle loro vite da adulti.

Nella nostra cultura la famiglia viene identificata come luogo di protezione ma come mostrano le evidenze e i fatti di cronaca per molte donne è invece un luogo di rischio. La famiglia è il luogo dove più frequentemente viene agita la violenza: c’è un uomo che rifiuta la libertà della compagna di chiudere la relazione, non sa elaborare la frustrazione e gestire il conflitto.

Un cambiamento radicale di mentalità è ancora piuttosto lontano, e si dovrà contare sempre di più sulle agenzie educative primarie, famiglia e scuola, per incidere sulle nuove generazioni e investire sul futuro.

Tuttavia, apprezzati sono gli sforzi della società civile e delle associazioni che hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione mondiale sulle nefaste conseguenze socio-economiche della violenza sulle donne.

 

 

[1] La violenza assistita sui minori è una forma di violenza domestica che si realizza nel caso in cui il minore è obbligato, suo malgrado, ad assistere a ripetute scene di violenza sia fisica che verbale tra i genitori o, comunque, tra soggetti a lui legati affettivamente, che siano adulti o minori.

Una definizione di stereotipi di genere

Stereotipi sessuali e di genere

Per stereotipi sessuali e di genere si intendono quei meccanismi di categorizzazione ai quali ricorrono gli individui per interpretare, elaborare, decodificare, ristrutturare la realtà sessuale, ossia la rappresentazione di ciò che è maschile e ciò che è femminile.

Lo stereotipo femminile verte sulla posizione più subordinata della donna rispetto all’uomo. Il suo ruolo è sempre stato legato fin dagli albori al compito di madre e moglie, che si occupa della casa e della famiglia.

Appare chiaro che le caratteristiche discriminanti i sessi vengono definite secondo una schematizzazione che nella definizione del maschile individua le caratteristiche di attività, assertività, ambizione, competenza, auto direzione, orientamento allo scopo, indipendenza, autonomia, decisione e, nella definizione del femminile, caratteristiche legate all’ambito interpersonale, quali emotività, gentilezza, cordialità, sensibilità alle relazioni, bisogno di filiazione e nel contempo passività, remissività, dipendenza, ecc.

In questa direzione, tutte le tipizzazioni positive risultano connesse al maschile, mentre il negativo è strettamente associato al femminile; si evidenzia dunque un chiaro contenuto di dominanza/potere per lo stereotipo maschile e di subordinazione/sottomissione per lo stereotipo femminile.

Gli stereotipi di genere sono una sottoclasse degli stereotipi. Quando si associa, senza riflettere, una categoria o un comportamento a un genere, si ragiona utilizzando questo tipo di stereotipi. Non è un caso se la maggior parte di noi associa un ingegnere o uno chef a un uomo, mentre secondo le nostre mappe mentali l’insegnante di scuola materna è una donna. Associazioni che nella nostra mente scattano automatiche e che quindi sono molto difficili da estirpare o cambiare[1].

L’uso degli stereotipi di genere conduce infatti a una percezione rigida e distorta della realtà, che si basa su ciò che noi intendiamo per “femminile” e “maschile” e su ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini. Si tratta di aspettative consolidate, e non messe in discussione, riguardo i ruoli che uomini e donne dovrebbero assumere, in qualità del loro essere biologicamente uomini o donne.

Ad esempio la donna è considerata più tranquilla, meno aggressiva, sa ascoltare e ama occuparsi degli altri, mentre l’uomo ha forte personalità, grandi capacità logiche, spirito d’avventura e capacità di comando.

La donna, giudicata sulla base di stereotipi, si ritrova come ingabbiata in uno stile di vita e in situazioni che ne limitano l’azione e il pensiero: ad esempio, fatica non poco a far comprendere che le proprie aspirazioni e attitudini non si limitano al ruolo materno e alla cura dei propri familiari.

http://www.liberoquotidiano.it/news/libero-pensiero/881722/Togliete-i-libri-alle-donne-.html

[1] http://www.regione.piemonte.it/pariopportunita/dwd3/CDP/temadic2008.pdf